Il pianeta usb
La fantascienza (o science fiction, se vogliamo usare un termine più preciso), quando è fatta bene, riesce a prevedere eventi o sviluppi che accadranno davvero, nel futuro, o a stimolare filoni di ricerca. In questo senso, grandissimo autore fantascientifico è stato Orwell, anche se alcuni puristi letterari non si sognerebbero mai di inserire 1984 tra i romanzi “di genere”, ma vabbe’. Ma prima di aprire porte verso il futuro, la fantascienza si basa parecchio su quanto già c’è, sulle ricerche già iniziate, sulle tecnologie esistenti. Per dire, Jules Verne nel 1865 immagina la possibilità di andare sulla Luna, e un secolo dopo gli uomini ci riescono davvero; ma per arrivarci, immagina un cannone in grado di sparare un proiettile a distanze inimmaginabili, e questa idea è stata successivamente dimostrata come impraticabile; così come era impraticabile l’idea illustrata nel 1835 da Edgar Allan Poe in L’incredibile avventura di un certo Hans Pfaall, il cui protagonista raggiungeva la Luna in mongolfiera, ma in questo caso lo stesso autore parla di un divertissement. Ma in tutti casi, la domanda è: perché nessuno degli autori che aveva affrontato il tema dell’allunaggio ha saputo ipotizzato macchinari simili allo Space Shuttle?
Risposta mia, forse ingenua ma secondo me nemmeno tanto: perché ancora non erano stati inventati gli aerei. Le astronavi che da decenni arricchiscono la letteratura fantascientifica di ogni luogo e qualità in fondo non sono che avanzamenti tecnologici dell’idea dell’aereo. Quindi senza l’invenzione dell’aereo non avremmo avuto le astronavi, e probabilmente di esempi simili ce ne sono a bizzeffe.
Tutto questo per chiedermi: se non esistessero le penne Usb, le interazioni tra i Nav’i e l’ecosistema di Pandora sarebbero stati rappresentati nella stessa maniera, in Avatar?
Qualche beghino di questo fatto fu poco soddisfatto
Parliamo di ignoranza musicale, ma no, non dirò una parola su Pupo ed Emanuele Filiberto, a loro riservo i gruppi irridenti su Facebook. Del resto, come fa notare Luca Sofri, dalla Rai attuale cosa vi aspettavate? L’unica riserva è RaiTre…
E non sempre. Chiariamoci, questo mio sfogo è su un particolare talmente piccolo che potrebbe sembrare irrilevante. Ma ieri allo speciale su Fabrizio De André di Che tempo che fa il figlio Cristiano invita a cantare Laura Chiatti (per carità, bella voce) e, quando Fabio Fazio la intervista e le chiede perché canta De André, lei dice che le piacciono i cantautori degli anni Settanta.
Ve lo detto che è una sciocchezza, eh. Ma mi viene il latte alle ginocchia quando sento definire De André un “cantautore degli anni Settanta”. Certo, è stato il suo decennio più prolifico; ma provate a dirlo a chi lo ha conosciuto con le canzoni di Anime salve (1996): non sarò un critico musicale, ma a parer mio Smisurata preghiera da sola è meglio di tutto l’album Rimini del 1978, dove Faber, un po’ come l’Andrea cantato in quel disco, si è perso in metafore troppo ardite – frequentare troppo De Gregori fa male. Senza contare che sono gli anni Ottanta quelli della scoperta del dialetto, che l’album dell’indiano è una perla che svetta su quasi tutti i dischi precedenti, che Le nuvole è un atto d’accusa più affilato di tanti altri del repertorio di De André, che Princesa è il compimento di tutta la narrazione sulle prostitute iniziata con La città vecchia…
Poi può anche darsi che alla Chiatti non piacciano gli album usciti dal 1980 in poi, liberissima. Anche se è proprio qui che si vede la differenza tra chi di De André ama i classici, Bocca di rosa, La guerra di Piero, Il pescatore, e chi invece lo ha seguito anche nel percorso più maturo. Questi ultimi a quanto pare hanno meno cittadinanza nelle commemorazioni.
Voto di pazienza
Avevo promesso di raccontare la mia odissea burocratica, una volta che si fosse risolta per il meglio, e dato che così è avvenuto (sia resa lode a Marx) mi accingo a raccontare. Continua a leggere…
Basta battutacce
Tramite la pagina Facebook di Monica Frassoni:
Dalla scrittrice albanese Elvira Dones riceviamo questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle “belle ragazze albanesi”. In visita a Tirana, durante l’incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all’Albania. Poi ha aggiunto: “Faremo eccezioni soloper chi porta belle ragazze”.
“Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: “le belle ragazze albanesi”. Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che “per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione.”
Io quelle “belle ragazze” le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A “Stella” i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel
puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.
Sulle “belle ragazze” scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente… Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.
* Elvira Dones, scrittrice-giornalista.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all’Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice.
In mancanza di alternative
Due giorni fa Luxuria, ex deputata comunista e poi di area Sansonetti, dice di sperare nella destra liberale, oggi Paola Binetti passa dal Partito democratico all’Udc.
Si può biasimare Luxuria dandole dell’opportunista, e si può anche rimarcare che il partito di Casini era l’habitat naturale per la Binetti. Però il punto è che il centrodestra italiano oggi si dimostra in grado di attrarre tanto cattolici integralisti quanto attivisti lgbt; la sinistra, invece, chi attrae?
Paranormal bigotry
Fermo restando che non si capisce dove sia l’errore se un film horror provoca ansia e panico (cosa dovrebbe provocare, distensione muscolare e avvicinamento al Nirvana?), il fatto che Bondi e la Mussolini invochino il divieto per i minorenni per Paranormal activity mentre sempre più persone fanno notare che il film di paura non ne fa nemmeno un po’ è la dimostrazione più lampante che raramente il bigottismo si accompagna al senso della realtà.
Il rogo di Wilhelm Reich
Ho letto di recente Il mistero dell’inquisitore Eymerich di Valerio Evangelisti. In linea con tutti gli altri romanzi del ciclo di Eymerich, non si distingue per essere migliore o peggiore, ma mi è rimasto impresso più degli altri per la presenza, tra i personaggi, di Wilhelm Reich, studioso austriaco della prima metà del Novecento che Wikipedia definisce “medico, psichiatra e pseudoscienziato”. A quanto pare, il nome di Reich è legato indissolubilmente alle sue teorie sull’energia orgonica, non riconosciuta dalla comunità scientifica. Nel romanzo, invece, l’orgone esiste ed ha un ruolo fondamentale, ma non è questo che colpisce (l’orgone, seppur senza fondamenti scientifici, può avere senso come interpretazione filosofica del reale – e infatti di Reich a scuola si parla sui testi di filosofia, e non di scienza); ciò che stupisce è che negli, dove era fuggito dalla persecuzioni naziste, Reich viene processato e arrestato, e i suoi testi bruciati. Nel 1956.
Quando l’ho letto nel romanzo ho pensato fosse un AU ideato da Evangelisti. Ma informandomi altrove ho scoperto che invece è successo realmente, anche il rogo. Mi fa pensare che il paese dove la libertà di parola è garantita a tal punto che persino i testi negazionisti sulla Shoah possono essere pubblicati senza rischi per gli autori abbia commesso, e a pochi anni dalla caduta del nazismo, un simile gesto da santa inquisizione. E si badi che qui la correttezza delle tesi di Reich non c’entra: per quanto non provata, la teoria sull’orgone non poteva comunque essere più sbagliata di tante idee che circolavano e tuttora circolano, senza che nessuno senta il bisogno di metterle a tacere perché pericolose.
Oggi i ciarlatani che guadagnano diffondendo teorie bislacche e chiacchiere di complotto non vengono repressi dalle autorità, perché non sono considerati un pericolo; anzi, semmai sono utili a distrarre un certo numero di teste calde dai problemi reali e dalle reali responsabilità di governi e istituzioni. A quanto sembra, Reich non era un ciarlatano, nel senso che non sfruttava le proprie idee per fare soldi sulle spalle di ingenui; perché, dunque, un simile accanimento non solo sulla sua persona (che forse aveva davvero violato la legge) ma persino sulle sue opere? Il clima di maccartismo, certo, tempi diversi da oggi; eppure si tratta di un episodio inquietante, e ancora più inquietante è l’oblio in cui esso è caduto. Il messaggio che sembra passare è che la messa all’indice di testi desta scandalo solo se i suddetti dicono cose giuste e provate; proprio il contrario di ciò che la libertà di espressione è.
Forse bisognerebbe riparlarne, di Wilhelm Reich.







