Lit Skeight 3.0

Cronache dalla periferia acida

Dei delitti e delle pene

Qualcuno ricorderà la storia di Nicholas Green, il bambino statunitense ucciso a sette anni in Calabria da dei rapinatori che avevano scambiato l’auto in cui viaggiava la sua famiglia per quella di un gioielliere. Dopo la morte di Nicholas, i genitori diedero l’assenso per l’espianto e la donazione dei suoi organi, un gesto che fece molto scalpore in Italia, contribuendo alla diffusione di questa pratica nel nostro paese.

A volte succede, in Italia. Il gesto di uno straniero aiuta a riflettere, cambiare mentalità e agire su tematiche che prima erano ignorate o rifiutate. Sarebbe bello se succedesse qualcosa di simile anche con la reazione dei norvegesi alla strage neofascista del 22 luglio 2011.

Non mi riferisco solo alla compostezza di chi ha partecipato ai riti funebri e alla marcia delle rose, né ai notevoli discorsi del primo ministro Stoltenberg. Penso al fatto che Anders Behring Breivik, il colpevole, rischia 21 anni di carcere, al più 30 se si dovesse riuscire a condannarlo per crimini contro l’umanità.

I giornali italiani hanno accolto questi numeri con incredulità e contrarietà: sembrano pochi anni di carcere per chi ha ammazzato spietatamente decine e decine di ragazzini inermi. Ma se andiamo al di là dello stupore, forse sarebbe il caso di ragionare su un sistema penale come quello norvegese, dove l’ergastolo non esiste e vent’anni sono considerati una pena adeguata anche ai reati più gravi, per il semplice motivo che il carcere dovrebbe avere, prima di tutto, una funzione rieducativa e di reinserimento nella società.

Spesso mi capita di sentir dire “Ok la funzione rieducativa, ma se non funziona allora lasciamo perdere e teniamoli dentro più a lungo”; il che mi lascia perplesso perché chi lo dice dà per scontato che sino a ora nelle carceri italiane si sia lavorato in direzione del reinserimento ma senza successo. A me risulta invece che gli scopi originari della pena, così come previsti dall’articolo 27 della Costituzione, siano nella maggior parte dei casi dimenticati, e che i lodevoli tentativi di gestire programmi di reinserimento si scontrino contro la drammatica situazione delle prigioni, sovraffollate per colpa di leggi assurde (come la Giovanardi-Fini sulle droghe) e di un sistema giudiziario pieno di difetti che permette a decine di migliaia di persone di stare in prigione senza essere state ancora processate e condannate.

Il peggio è che moltissimi italiani di questa situazione se ne fregano, e invocano certezza della pena, leggi più severe, ergastoli come se piovesse, e stando a quel che si legge su internet a molti non dispiacerebbe nemmeno la reintroduzione della pena di morte. E si dimentica che lo scopo principale per cui esistono leggi, processi e carceri non è la punizione, né la vendetta, ma diminuire il numero dei delitti all’interno di una società. E allora bisognerebbe riflettere sul fatto che i paesi dove il tasso di criminalità è inferiore sono proprio quelli che non hanno un approccio da legge del taglione, ma si impegnano da un lato a ridurre le condizioni in cui nasce la devianza, e dall’altro non trattano i detenuti come animali da macello ma come individui la cui dignità va rispettata anche in cella.

In questi giorni altri, prima di me, hanno affrontato discorsi simili. Chissà, forse la Norvegia ci insegnerà davvero qualcosa di buono, come i Green nel 1994.

28 luglio 2011 Pubblicato da | Dentro l'universo, Intellettualoide | , , , , , , | Lascia un commento

Tu non esisti

In questo post Leonardo scrive un pezzo molto critico (malinconico, più che caustico) su chi sceglie di iscriversi a Lettere. Come laureato in Scienze politiche, faccio parte anche io di quel gruppo di facoltà che nell’opinione comune sono l’anticamera della disoccupazione qualificata, anche se forse noi siamo messi meglio perché il nostro ambito è un ombrello che copre corsi di laurea che vanno dalla ricerca pura ad ambiti decisamente concreti.

Concretezza, però, non vuol dire facilità a trovare lavoro. Prendete Cooperazione e sviluppo: che si tratti di qualcosa di tangibile è ovvio (guardate solo i fondi dell’Unione Europea per i progetti in materia), soprattutto per chi è consapevole che non si tratta solo di costruire pozzi in Africa (la metafora più abusata del settore, in teoria oggi in Africa ci dovrebbero essere più pozzi che litri d’acqua), ma anche di fare progetti in Italia. Però il settore è sempre molto legato al lavoro volontario, alla buona volontà di donatori che vanno raggiunti, informati e convinti, ai capricci di politici e burocrati, e via dicendo.

Insomma, chi sceglie di specializzarsi nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo sa di incamminarsi su una strada difficile, dove il precariato è spesso più duro che negli altri settori dell’economia, dove le soddisfazioni professionali si devono strappare con i denti. Lo sai, e se non lo sai te ne rendi comunque conto in poco tempo, in qualsiasi convegno o summer school di settore è la prima cosa che ti dicono. Se scegli comunque di andare avanti è perché ci credi, perché è qualcosa per cui vale la pena di sporcarsi le mani, e metti in conto tutte le difficoltà.

Quello che però, sino a oggi, nessuno aveva messo in conto, era che ci sarebbe stato un governo che, non pago di aver ridotto ai minimi storici i già scarsi fondi dell’Italia per la cooperazione internazionale, arriva a eliminare le figure dei volontari e dei cooperanti. Siamo abituati a vedere i diritti dei lavoratori umiliati pur di fare cassa o di stimolare una crescita in assenza di idee o di innovazione, ma per quanto ne so io è la prima volta che dei lavoratori, delle qualifiche, vengono cancellate in toto. Siamo ben oltre l’umiliazione.

Di questo passo, in Italia si parlerà di cooperazione allo sviluppo solo quando dal Brasile o dall’India manderanno dei volontari per costruire pozzi nei nostri comuni.

21 luglio 2011 Pubblicato da | Dentro l'universo | | 2 commenti

Parabola

Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

Mentre intorno a me gli oggetti e i volti hanno una forma indistinta, e sento voci come se fossero filtrate attraverso un acquario, tutti i momenti salienti della mia vita mi passano davanti. È una sensazione strana, come quella che ho provato certe volte nel dormiveglia, in quella fase di transizione inconsapevole dalla realtà al sogno, e ecco che ciò che mi circonda inizia a muoversi, cambiano i colori e i suoni, e all’improvviso mi ritrovo in piazza, circondato dai miei compagni dell’Azione cattolica. Ho di nuovo i capelli, sono giovane, sto volantinando per il referendum sul divorzio. Continua a leggere…

13 luglio 2011 Pubblicato da | Il racconto della settimana | , , , | 1 commento

Che bella compagnia

"Oh, Rolling Stone scrive di me! Leggiamo un po'..." *facepalm*

La notizia è questa: Rolling Stone Italia nel numero in edicola dedica una lunga inchiesta a Fabrizio De André per farlo scendere, dicono loro, “giù dall’altare”. È un classico per tirare su le vendite: parla male di un artista apprezzato da tanti, così la polemica farà aumentare le vendite. Siccome non voglio prestarmi a questo gioco (non che cambierebbe qualcosa, visto che il mio blog è semisconosciuto, ma è per principio), e allo stesso tempo non mi va di far passare sotto silenzio questo fatto, ho trovato un eccellente compromesso: commenterò solo l’articolo su Faber che è leggibile gratuitamente sul sito della rivista. Così imparate, toh.

Il suddetto articolo è di tale Roberto Agus, nome che magari è notissimo ai lettori di Rolling Stone, ma non a me; nessun problema, visto che il pezzo è ricco di riferimenti autobiografici. Come faccio di solito in questi casi, leggo un po’ alla volta e commento. Continua a leggere…

6 luglio 2011 Pubblicato da | Intellettualoide, Le parole degli altri, Musica | , , , , , , | 12 commenti

Il fanciullino

Dentro di noi c’è un fanciullino, come dice Pascoli. In ognuno di noi, nessuno escluso.

Quello che cambia da persona a persona sono i tempi di digestione del suddetto fanciullino.

Ci sono persone che ancora non han compiuto i 18 anni e già lo hanno digerito e defecato, per dire. Ad altri invece resta lì sullo stomaco sino alla vecchiaia, alla morte a volte.

Il mio  è sempre lì che cerca di risalire in gola per uscire tramite vomito, e a forza di ricacciarlo giù mi sta corrodendo il cavo orale.

(la metafora pascoliana ha molte potenzialità, devo dire)

5 luglio 2011 Pubblicato da | Vita vissuta | , | Lascia un commento

Non voglio essere cancellato

(copio e incollo da Gilioli)

Come sapete il 6 luglio l’AgCom voterà una delibera con cui si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza il vaglio del giudice. (e se non lo sapete, potete informarvi qui)

Cosa si può fare?

Andare alla pagina di Agorà Digitale in cui sono raccolti tutti i link, le iniziative e le proposte dei cittadini;

Firmare e diffondere la petizione sul sito di Avaaz.

Partecipare e invitare tutti i tuoi amici a “La notte della rete“, dal 5 luglio sera: quattro ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti.

Partecipare a una delle manifestazioni che si stanno a preparando a Roma e in diverse città.

Se sei un blogger infine scrivi un post, usando il logo sopra e riportando i link qui sopra, diffondendolo il più possibile tra amici e conoscenti.

 

COMMENTO PERSONALE: per essere un’autorità di garanzia, non è che l’AGCom mi faccia sentire molto garantito…

2 luglio 2011 Pubblicato da | Avvisi, Dentro l'universo, Le parole degli altri | , , , , , , | 1 commento

L’attimo opprimente

Sul vecchio blog scomparso una volta, parlando di nerdosità letteraria, avevo citato la scena qui sopra de L’attimo fuggente per dire che, quando lo vidi per la prima volta a scuola (facevo le medie), mentre i miei compagni si gasavano davanti al prof che faceva strappare le pagine io mi esaltavo all’idea dell’esistenza di un grafico per poter valutare una poesia, e mi chiedevo se quella figata era disponibile in qualche libro non di celluloide.

Solo oggi scopro che in un post del 2010 Gamberetta aveva ripreso la stessa scena. La sincronia tra le mie e le sue opinioni mi turba, considerando che di solito non la sopporto – anche se, paragonando le parole sul film a quello che ha detto di Tolkien, Manzoni e altri, mi sa che sono le opinioni di Gamberetta a non essere in sincronia con il suo pensiero; ma non è contro di lei che scrivo questo post.

Gamberetta non parla di nerd letterari, ma fa notare che la scena di cui sopra è diseducativa, retorica all’eccesso, e contraddittoria nel momento in cui traduce il pensare autonomamente nello strappare i libri senza leggerli. Non mi interessa tanto l’aspetto della retorica, ma il resto sì. Il professor Keating non è un rivoluzionario o un paladino del libero pensiero, ma un demagogo, e gli studenti lo seguono incantati come un leader carismatico. Il film ci dice che gli accademici sono limitati perché cercano di chiudere la poesia in diagrammi cartesiani mentre Keating è un romantico dalla mente aperta. Ma non è vero: questo professorino ha semplicemente un orticello diverso da quello degli altri accademici, ma lo difende con la stessa chiusura e grettezza. Dice che medicina, legge, economia e ingegneria sono professioni “nobili e necessarie” ma cose ben diverse dalla poesia, e magari gli pseudo-romantici si troveranno d’accordo con lui, senza pensare che così la poesia diventerebbe qualcosa di astratto, di separato dalla natura (l’ambito di medicina e ingegneria) e dalle relazioni tra gli uomini (l’ambito di legge e economia). Una mente veramente aperta saprebbe trovare la poesia anche nella scienza, nella legge, in tutto ciò che è reale e umano; invece Keating propone ai suoi studenti una sbobba di invidualismo e ricerca di emozioni forti: la ricetta, per la cronaca, della generazione distrutta dall’eroina, ma tanto in quegli anni il prof ormai doveva essere andato in pensione.

Il problema però non è che Keating la pensi in questo modo: il problema è il trattamento che riserva a chi la pensa diversamente da lui. Rimango sempre perplesso quando mi dicono che la scena delle pagine strappate è un’immagine di ribellione al pensiero accademico e altre cose simili. No, ribellione è alzarsi e dire “Questo libro dice falsità!”; strapparne le pagine non è ribellione, è fascismo.

Dopo 457 parole di argomentazioni, penso che si possa riassumere tutto in una frase: il professor Keating è uno stronzo.

(e, per inciso, la sua concezione della poesia e dell’arte è la stessa di tutti quei politici, dalla Gelmini a Cameron, che vogliono tagliare al massimo le materie umanistiche perché ritenute inutili. E se le ritengono tali è perché ci sono stati dei Keating a aprire la strada)

1 luglio 2011 Pubblicato da | Audiovisioni, Intellettualoide | , , , | 1 commento

   

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