Che bella compagnia

"Oh, Rolling Stone scrive di me! Leggiamo un po'..." *facepalm*
La notizia è questa: Rolling Stone Italia nel numero in edicola dedica una lunga inchiesta a Fabrizio De André per farlo scendere, dicono loro, “giù dall’altare”. È un classico per tirare su le vendite: parla male di un artista apprezzato da tanti, così la polemica farà aumentare le vendite. Siccome non voglio prestarmi a questo gioco (non che cambierebbe qualcosa, visto che il mio blog è semisconosciuto, ma è per principio), e allo stesso tempo non mi va di far passare sotto silenzio questo fatto, ho trovato un eccellente compromesso: commenterò solo l’articolo su Faber che è leggibile gratuitamente sul sito della rivista. Così imparate, toh.
Il suddetto articolo è di tale Roberto Agus, nome che magari è notissimo ai lettori di Rolling Stone, ma non a me; nessun problema, visto che il pezzo è ricco di riferimenti autobiografici. Come faccio di solito in questi casi, leggo un po’ alla volta e commento.
“Faber was a hero to most, but he never meant shit to me you see…” Ok: Chuck D (in Fight the Power dei Public Enemy) si riferiva a Elvis Presley, ma lo scambio con Fabrizio De Andre’ calza a pennello. Non sono in pochi a pensarla così: a Genova esiste da tempo immemorabile una nicchia di appassionati di black music, con dj, serate e collezionisti di dischi che se ne infischiano di De André e della sua musica priva di soul.
Wow, non tutti i genovesi ascoltano De André. Nessuno lo avrebbe mai immaginato, sono contento che ci sia qualcuno che ce lo faccia notare. Questo tra l’altro dovrebbe significare…?
Negli anni ’70 della contestazione giovanile, De André ha trovato un terreno assai fertile dove costruire la sua carriera.
Carriera decollata quando la nota contestatrice Mina ha interpretato il famoso inno sessantottino La canzone di Marinella. Così, per la cronaca.
Volente o nolente condivideva il pensiero comune basato sull’impegno e la militanza ad ogni costo: un intrico di belle speranze, aria di cambiamenti radicali, fermenti culturali, festival e concerti, ma anche dicerie, luoghi comuni, frasi fatte.
Per mettere i puntini sulle i: i luoghi comuni e le frasi fatte li trovi, ad esempio, in Giai Phong di Eugenio Finardi (che pure in quegli anni ne ha scritte di belle canzoni); ma se parliamo di militanza e impegno in riferimento a De André, ricordiamoci che negli anni della contestazione studentesca scrive La buona novella sulla vita di Gesù, e che l’album che affronta esplicitamente il tema della sinistra extraparlamentare, Storia di un impiegato, non è una semplice esaltazione dell’impegno (questo lo può credere chi si ferma alla Canzone del maggio che apre il disco), ma la storia di una formazione personale e di una violenza individuale che diventa strumento del potere. Frasi fatte?
Si contestava di tutto e molti erano facile preda di fanfaluche infondate e spesso razziste. Ad esempio era convinzione comune disprezzare la musica funk e soul degli afroamericani: “disco music” era un insulto, tuttora – a volte – recepito come tale.
Mi piace il ragionamento: gli afroamericani facevano disco music, ergo chi la odiava era razzista verso gli afroamericani. Ma razzista è chi associa un singolo comportamento a un’intera etnia; ad esempio, è razzista – anche se chi lo dice non lo fa in senso dispregiativo – pensare che tutti gli afroamericani di quegli anni fossero dediti alla disco music. C’erano anche quelli che non pensavano minimamente alla musica e erano, come i loro simili bianchi, del tutto assorbiti dalla politica. Mai sentito parlare di Black Panther? E guarda un po’, quei contestatori “razzisti” che non ascoltavano disco music si interessavano invece moltissimo delle proteste dei neri d’America!
Termini molto in voga come controcultura e underground erano però vuoti di significato perché non spingevano ad abbandonare i pregiudizi. (La popolare rivista musicale Ciao 2001 aveva rubriche come “La voce dell’underground “ e “Underground & Pop”). Il semplice ascolto di un disco era condizionato dal preconcetto, e potevi facilmente incorrere negli anatemi dei vari signor Bertoncelli. Più che abbattere certe barriere, l’avvento dei cantautori teorizzava un nuovo conformismo musicale.
Ma non era stato proprio un cantautore (Guccini) a stroncare gli anatemi dei vari Bertoncelli ne L’avvelenata? E non era stato un altro cantautore (De Gregori) a essere messo “sotto processo” dai contestatori, e a rispondere sarcasticamente con Buonanotte fiorellino? Non è forse il caso di informarsi su come erano distribuite le vittime del clima di contestazione, prima di scrivere?
Questa intransigenza ha reciso, verso lo svolgersi dei ‘60s, quel filo conduttore jazz, leggero e swing che contraddistingueva la canzone italiana sin dai suoi esordi (il Quartetto Cetra, Natalino Otto, Buscaglione, Modugno, Marino Marini), ha nascosto la preziosa musica da film catalogandola come sottoprodotto (Umiliani, Piccioni, Micalizzi) solo perché spesso era la colonna sonora di film molto popolari ma disprezzati dalla critica, ma soprattutto ha impedito di fatto la crescita di una club culture nostrana e di un’educazione musicale aperta e libera da pregiudizi.
In questo scenario da giorno del giudizio fa capolino una domanda: perché la “club culture” avrebbe dovuto portare a una educazione musicale migliore? In Italia manca proprio l’educazione all’ascolto della musica!
Di conseguenza la musica di De André e colleghi se ne infischia della ricchezza sonora prodotta in quel dorato ventennio 1960/70. Fabrizio prende spunto dai chansonnier francesi ma si rifugia in un manierismo folk privo di qualsiasi groove e ironia.
Fatemi capire: usare “disco music” come insulto è sbagliato (e sono d’accordo) ma Agus può usare alla stessa maniera “folk”?
A proposito di ironia: magari non c’è nella musica, forse va guardata altrove. Ad esempio nella Canzone dell’amore perduto, che sembra tanto dolce, malinconica e romantica, e finisce dicendo – sempre con lo stesso tono – che il protagonista cercherà di ritrovare le passioni giovanili andando a prostitute (“e sarà la prima che incontri per strada che tu coprirai d’oro…”).
Il beffardo Serge Gainsbourg al contrario non si prende mai sul serio ed esplora uno ad uno tutti i migliori suoni in circolazione, pop e reggae, r&b e jazz, latin-jazz e afro, senza mai perdere un colpo. De André invece parte da Jacques Brel ma poi pesca i suoi suoni nella tradizione paesana, dialettale, ed etnica, eliminando con superficialità la parte ludica e la ricerca sonora.
Quindi se uno si ispira alla “tradizione paesana, dialettale ed etnica” non fa “ricerca sonora”, secondo Agus. Se dovessi ragionare come lui, parlerei di fanfaluche razziste.
Ma a parte tutto, se il mondo è bello perché è vario, perché ciò non dovrebbe avvenire per la musica? Davvero la musica italiana sarebbe stata migliore se i nostri cantautori, invece di seguire i propri percorsi, fossero stati tutti cloni di Serge Gainsbourg?
Genova -Piazza Portello -1973 circa- una enorme scritta campeggia sul muro accanto all’ingresso della discoteca Babboleo: “Covo di fascisti“.
In quel presunto covo di fasci (che ora è un negozio di profumi) ho passato parte della mia adolescenza, assieme ai miei coetanei tutti provenienti dai quartieri più poveri e terroni come quelli della Val Polcevera(Rivarolo Teglia). Nei limiti del possibile, per l’occasione, ci piaceva vestire bene, in quello stile Inglese tipico dei genovesi: camice bianche di Oxford, cravatte regimental, jeans Levi’s, scarpe Barrows, Burberry e anche camicie di flanella, Camperos, Rayban e capelli lunghi. Ma soprattutto ci piaceva ballare la disprezzata disco music (il soul funk di James Brown, Van McCoy, il Philly sound di MFS&B ma anche il funk rock tipo Rare Earth).
Tralasciamo tutto il vittimismo sulle umili origini (come se non ci fossero meridionali emigrati che ascoltano i cantautori – Rino Gaetano era uno di loro, sapete?). La parte sul vestiario fa molto Febbre del sabato sera, ma comunque la parte interessante è l’elenco degli artisti che passavano in questi locali: a quanto pare la “disprezzata disco music” era suonata in Italia al pari dei cantautori, quindi dov’è il problema?
Avevo già la mia piccola collezione di dischi, tutta roba bianca ( King Crimson, EL&P, Soft Machine, Genesis, Stones, Tim Buckley etc.) perché la black music, dischi blues a parte (Son House, Robert Johnson)ci si vergognava a comprarla, era considerata robetta per menti frolle, spazzatura. Potevi passare per un povero qualunquista. Già era difficile fare l’adolescente e non vergognarti dei genitori immigrati, ma queste stronzate erano nell’aria e dovevi farci i conti.
Ma se i tuoi coetanei venivano con te a ballare James Brown, perché avrebbero dovuto giudicarti male se compravi dischi di black music? Ti interessava il giudizio di altre persone, suppongo; beh, se ti fai tanti problemi per avere l’apprezzamento altrui sui gusti musicali non è certo un problema di De André e degli altri cantautori.
(non sono mai stato né sarò mai un martire, però ho passato anni a essere l’unico o quasi della mia classe di liceo a ascoltare musica politicizzata, e non ho sentito il bisogno di ascoltare Britney Spears o Robbie Williams per adeguarmi agli altri, quindi questi discorsi qua mi commuovono poco)
“La disco music era la rivoluzione. La disco era la libertà, solidarietà, amore… La disco era segreta, spirituale, underground… Era emancipazione” (Bill Brewster e Frank Broughton, Last night a dj saved my life, Arcana edizioni 2007). Alla fine si scoprì che in realtà era la scena disco nata a New York alla fine degli anni ’60 ad essere underground e contro-culturale. Creata da un manipolo di dj italoamericani e afroamericani prevalentemente gay che suonavano dischi funk & soul, per un pubblico in maggioranza nero e omosessuale. Nel Loft di Davide Mancuso a Broadway, archetipo di tutte le discoteche, il melting pot era una realtà e “Love Is The Message”.
Lasciamo perdere la contraddizione tra melting pot e “pubblico a maggioranza nero e omosessuale” (questa si chiama ghettizzazione, il mescolamento ci sarebbe stato in presenza di bianchi e neri, etero e gay), e cerchiamo di fare un discorso serio. Nei primi anni ’60 c’era una musica mainstream che era il rock statunitense sbiancato e pastorizzato. Questo valeva negli Stati Uniti come in Europa e in Italia, e come in America Latina. La reazione a questo mainstream da alcune parti è stata la riscoperta di sonorità locali (basti pensare alla Nueva canciòn chilena – che però per Agus sarà una bestemmia ancora peggiore), e la musica impegnata italiana è anche espressione di questo tentativo; ma è evidente che la reazione a una musica statunitense non può essere la stessa dentro e fuori gli Stati Uniti, perché che senso avrebbe tornare alle radici in contrapposizione a una musica che proprio da quelle radici nasce? I percorsi non possono che essere diversi.
Questo per dire che non esiste una singola controcultura. Il termine in effetti non è dei più felici, perché si presta a molti, troppi equivoci. Ma la contrapposizione di Agus è artificiosa, e nel momento in cui contesta la discriminazione degli anni Settanta non lo fa per criticare l’idea stessa di discriminazione, ma per riproporne un’altra, solo con rapporti di potere rovesciati (ammesso e non concesso che i cantautori avessero davvero tutto questo “potere”).
Non c’è da stupirsi che poi molti freaks di quella generazione degli anni 70 abbiano poi sfogato la loro frustrazione annientandosi o con l’eroina o con la P38.
Si parlava di luoghi comuni e frasi fatte, vero?
O semplicemente, smesso il guardaroba hippy e il fardello dell’impegno ad ogni costo, cantando spensierati “Figli delle Stelle “in un candido completo alla Travolta.
Tra questi due estremi, c’è anche chi ha continuato la sua carriera di cantautore con la propria evoluzione personale, e De André era tra questi. Ho come l’impressione che Agus abbia citato all’inizio Faber per attirare più attenzione, visto che il resto del suo articolo parla di tutt’altro.
Così come se niente fosse .Non ho mai capito perché non si potesse fare entrambe le cose, sia andare alle manifestazioni e ai concerti rock che frequentare le discoteche.
C’erano persone pronte a menarti se facevi entrambe le cose? Perché se sì, allora c’era un problema. In caso contrario, eri tu a farti i problemi.
Fortunatamente verso la fine del decennio è il Punk a fare un po’ di pulizia.
Sono curioso di leggere qual è il nesso tra la disco music e il punk.
Qualcuno intravide un paio di svastiche e senza neanche prendersi la briga di capire cosa realmente stesse succedendo, etichettò subito i punks come nazisti e la loro musica rumore, spazzatura al pari della disco che, nel mentre, stava spopolando.
… tutto qui? E poi, “qualcuno” chi? E i CCCP, gli Skiantos, i Peggio Punx e via dicendo dove li mettiamo?
All’alba degli anni ’80 Genova diede vita ad un piccola,agguerrita e misconosciuta scena punk fatta di decine e decine di band, dj e serate musicali dislocate in discoteche periferiche (la disco ben spolpata dall’industria discografica era ormai solo una parodia e stava ritornando underground ). Fu una vera lotta far comprendere ai reduci del movimento e ai fricchettoni più incalliti il valore del punk rock.
Sarò snob io, ma tutta questa ansia di far apprezzare i propri gusti agli altri non la capisco. E comunque mi rifaccio ai gruppi citati sopra: una parte del movimento il punk lo conosceva e apprezzava, queste semplificazioni per cui da una parte ci sono i politicizzati e dagli altri gli intenditori di buona musica non sta in piedi.
Eravamo cresciuti, più consapevoli, non ci si vergognava e il punk aiutò ad aprire ulteriormente le orecchie: nuovi fantastici suoni erano in arrivo, la scena disco stava dando i suoi frutti così come De André ci ha lasciato la sua di eredità: un manierismo dilagante che ostenta il medesimo frullato di influenze: balcani e klezmer, tarantole e tarantelle, terzomondismo e un po’ di ska o la loro caricatura.
Orrore, la musica balcanica! Orrore, il klezmer (ma se chi disprezzava la disco music era razzista, chi disprezza il klezmer è antisemita?)! Orrore, la tarantella! Oddio, su quest’ultima sarei quasi tentato di sottoscrivere, ma sono gusti personali. Così come sono gusti quelli di Agus, solo che lui li eleva a giudizi di fatto. Interessante che nel calderone degli orrori inserisce il terzomondismo, che detto così suona un po’ ambiguo. Però il terzomondismo, dal punto di vista politico, era una caratteristica tipica di quasi tutto il movimento degli anni Settanta. Se Agus non condivideva le istanze di quel movimento, perché era così ossessionato dal cercarne l’apprezzamento musicale? C’è qualcosa che mi sfugge in tutto ciò.
La cosa che mi lascia più perplesso, però, è che si scriva un articolo sulla musica di De André senza citarne i testi. Se si chiamano cantautori c’è un motivo: scindere la musica dalle parole non ha senso, perché mentre in altri generi le parole sono subordinate, nella canzone sono parte integrante del valore dell’opera.
Poi anche i testi di De André possono essere criticati, per carità: certamente quelli di Tutti morimmo a stento erano davvero manieristi. Ma provate a metterli a confronto con quelli di Anime salve, e ditemi se non c’è stata una evoluzione impressionante.
Resta il problema dell’armonia tra musica e parole. C’è chi l’ha superata abbracciando definitivamente la letteratura, come Guccini; De André ci ha messo anni per trovare una sintesi eccellente (cfr. l’introduzione di Roberto Cotroneo a Come un’anomalia. Tutte le canzoni, Einaudi 1999); ma in entrambi una ricerca c’è stata. Il manierismo è negli occhi di chi guarda e non riesce a schiodarsi dai propri schemi mentali, non certo nella musica di De André.
Il palco del 1 maggio è l’avvilente passerella di questo indistinto polpettone, dei Jovanotti sdoganati e dei numerosi poeti e menestrelli.
Non bastavano la musica etnica e quella paesana, ‘sti maledetti ora osano anche tentare di fare poesia. Dove andrà a finire il groove?
davvero complimenti per la disamina di un articolo che obiettivamente non se la meriterebbe, ma almeno ha dato il via ad analisi molto interessanti. Bhè, non avevo mai interpretato che “…sarà la prima che incontri per strada…” si riferisse all’andare a prostitute, rifletterò anche su questo
Ho conosciuto il tuo blog per vie traverse. Ma questo post mi sembra assolutamente ben scritto, ben organizzato, e condivido quasi completamente tutto quello che dici (but don’t touch my tarantellas
)
@Cabernet: grazie per i complimenti. In effetti tanta attenzione dedicata a un articolo inconsistente come quello può sembrare eccessivo, ma purtroppo i commenti sul sito di Rolling Stone si dividevano tra chi insultava l’autore e quelli che gli contrapponevano delle opinioni condivisibili ma comunque personali del tipo “De Andrè è stato un grande poeta, cantava gli emarginati ecc”. Ho pensato che, al di là di questo, potesse essere utile smontare l’articolo con considerazioni oggettive, e non solo in base ai gusti.
ottimo pezzo davvero!
Grazie Zop
e vedo con colpevole ritardo che hai ripreso a aggiornare il tuo blog, bentornato!
mi chiedo come un articolo del genere sia finito su Rolling Stone. Forse aveva ragione il mitico Frank Zappa: “Buona parte del giornalismo rock è composto da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere.” Nel tuo caso, hai saputo leggere benissimo e smontare il tutto! Grande
che dire, veramente complimenti. Condivido al 100%. Ovviamente rispetto le opinioni altrui, ma l’articolo, come fai notare, puzza di “guardatemi! leggetemi! sono importante! vedete, ho l’ardire di parlar male di De André!”
Parlare male di Fabrizio è un insulto, una bestemmia.
Non toccate Fabrizio, non toccatelo mai.
Lasciatelo stare, lasciatelo perdere. Non è roba per voi
Paolo
Ottima disamina anche secondo me.
Questo tizio evidentemente non aveva di meglio da fare e ha pensato di sollevare un polverone parlando male di un cantautore che evidentemente non conosce, poi mi sembra veramente infantile contrapporre de Andrè e il cantautorato italiano alla discomusic..io personalmente ascolto da Katy Perry alla compianta Amy Winehouse fino a De Andrè e Vecchioni senza farmi troppi problemi.
cioè ma questo accusa De Andrè di non fare ricerca musicale? ridicolo, lo vada a dire a Mauro Pagani, coautore di Creuza de ma.
chiarisco che so bene che Katy Perry e Vecchioni non sono la stessa cosa musicalmente parlando
Ciao ho 61 anni “musico fallito”,direbbe un “quasi” concittadino bolognese e la musica la seguo ancora continuando,umilmente,a suonarla nonostante habbia letto in vita mia solo un paio di noiosissimi numeri di RS.La musica non stà sui giornali abita altri luoghi vive non di critica,magari mercantile, ma di una esistenza propria che dura nel tempo nonostante i “Bertoncelli” del momento.Quando morì Faber soffrii,anche fisicamente,per mesi era come se avessi un parte importante di me stesso.Sono vecchio ma non rincoglionito e l’articolo su
Faber fa’ veramente pena,siamo a livello degli articoli di gossip di novella 2000 o simili.Nelle tue,giuste, critiche sei andata con la mano troppo leggera,personalmente avrei affondato di più il coltello nell’ignoranza di sifatti”giornalisti”.Un’abbraccio. Marcello.
io sto soffrendo fisicamente per questo articolo (che ho scoperto solo ora avendomelo postato una mia amica su facebook consapevole dell’attaccamento viscerale a Fabrizio nonchè astutamente conscia del giramento di coglioni che patisco questa sera. In sostanza ha acceso una miccia già carica).
Leggere la risposta all’articolo in questione mi fa stare meglio, e te ne ringrazio.
Come mi fanno stare meglio i commenti a seguire. E vi ringrazio.
Forse mi servirebbe anche un po’ di pscicoterapia per superare la serata.
Non so se sopravviverei alla paura di potermi svegliare domattina e affermare che forse Michelangelo non era poi un genio e in quella cappella sistina ci ha messo un po’ troppo di celeste.
O forse l’imbecillità non viene d’improvviso e dà segnali d’allerta inequivocabili?
Posso stare tranquilla?
Devono lasciare stare Fabrizio, la sua luce, la sua anima. La sua oggettiva, perdio, grandezza.
Lui risponderebbe: “La pietà che non cede al rancore” ma io non sono così illuminata. Nemmeno un po’, nemmeno niente.