Rimangono parole vuote
Ok, sono probabilmente sgradevoli quelle persone che non si sono mai interessate di moto e che, dopo la morte di Marco Simoncelli, hanno riempito i loro blog, tumblr, pagine facebook e account twitter di espressioni di cordoglio.
Ma a me personalmente danno più fastidio quelli che normalmente non postano/linkano mai nulla su guerre, fame, terremoti, povertà ma che, quando muore un personaggio famoso, scrivono cose del tipo “Tutti che ricordano Tizio ma se ne sbattono dei bambini in Africa / del terremoto in Turchia / della guerra / di altre catastrofi a piacere”.
Non siamo messi poi così male
Il dibattito* sulla manifestazione di Roma del 15 ottobre è acceso, e probabilmente durerà ancora un bel po’. Ciò su cui tutti i commentatori, al di là delle posizioni politiche, concordano è che è stata un disastro, e direi che è difficile non essere d’accordo. Poi ci si divide sulla distinzione fra violenti e non violenti, sulla natura dei primi e sulle pratiche dei secondi, e in molti interventi emerge una consapevolezza: la forma classica del corteo ormai è usurata, bisogna trovare nuove strade.
Qua si potrebbe notare che in teoria una strada nuova già è stata provata, in Italia, ed è quella della manifestazione diffusa su tutto il territorio nazionale, come è avvenuto per la protesta “Se non ora quando?” del 13 febbraio. Una mobilitazione che ha avuto un successo e un’influenza successiva innegabili, anche se a qualcuno che oggi critica il modello della manifestazione classica non andava bene nemmeno quella, ma vabbe’.
Non mi convincono invece quanti dicono che il fallimento del 15 ottobre e le violenze, unico caso in un giorno di mobilitazione globale, dimostrano che in Italia non riusciamo ad andare avanti; che la sinistra non è in grado di fare proposte nuove, di relazionarsi con i nuovi movimenti; che questi ultimi non sanno rompere gli schemi e influenzare il dibattito politico come fanno invece i loro simili in Spagna o a New York.
Lasciate che vi dica una cosa: secondo me in Italia non c’è bisogno di un movimento degli indignati. O meglio, se è apparso è perché ogni volta che all’estero nasce un fenomeno positivo abbiamo il vizio di trasformarlo in moda e di adottarlo anche noi, come se un movimento collettivo possa essere trapiantato da una parte all’altra con uno schiocco di dita. Poi se vai a vedere ti accorgi che gli indignati italiani non sono persone alla loro prima esperienza politica come in Spagna, ma gente che ha già alle spalle il popolo viola, i meet-up di Beppe Grillo, i girotondi e via dicendo…
Avere esperienza di militanza politica è una cosa buona, adottare nomi sempre diversi no. Anche perché così facendo diamo l’impressione che tutto ciò che è stato fatto prima (un “prima” recentissimo che si aggiorna sempre) sia stato un fallimento o un errore.
Non è così.
In Italia a giugno la maggioranza assoluta degli aventi diritto ha votato sì a dei referendum sui beni comuni e sulla giustizia, promossi da un insieme di movimenti e partiti. Poche settimane prima, in molte città italiane hanno vinto sindaci le cui campagne elettorali hanno puntato proprio sull’alleanza con quella parte di società civile che compone i movimenti, il terzo settore, la cittadinanza attiva. La domanda che mi pongo è: in quanti altri paesi occidentali avviene qualcosa di simile?
Sicuramente in altri paesi i cittadini attivi hanno dei canali politici più consolidati, penso ai partiti verdi in Francia, Germania e Scandinavia. Ma se paragoniamo l’Italia agli altri paesi dell’Europa meridionale ci dovremmo rendere conto di essere messi meglio di Spagna, Portogallo e Grecia. Invece sembriamo invidiare gli indignados spagnoli accampati in piazza, dimenticando che non lo fanno mica per divertirsi, ma perché vivono una situazione economica gravissima e non trovano, nella politica, dei referenti sensibili alle problematiche concrete. In Italia un po’ di ascolto c’è. Non è sufficiente, è viziato da mille opportunismi, indebolito dalle liti interne di partiti e associazioni, distorto da chiavi di lettura antiquate, ma esiste, ed è in grado di portare a dei risultati.
Quelli che occupano Wall Street stanno catalizzando l’attenzione dei media sull’ingiustizia economica e sociale come raramente è successo negli Stati Uniti. Ma noi non siamo gli Stati Uniti! Abbiamo un sistema economico diverso, un sistema politico e istituzionale diverso, una diversa distribuzione dei centri di potere nella società, come possono essere uguali gli obiettivi di chi protesta contro l’ingiustizia nell’uno e nell’altro paese?
Dimentichiamo troppo spesso – o peggio, non ne siamo affatto consci – che in Italia c’è una galassia di movimenti e associazioni che ha un forte potenziale di influenzare le decisioni politiche, perché ci sono partiti che per sopravvivere elettoralmente devono ascoltarli, e istituzioni che non hanno più una autosufficienza materiale per svolgere i propri compiti e devono collaborare con i corpi intermedi. Come ho già detto non si tratta di un sistema perfetto, ma perfettibile sì. E questo vuol dire che qui e ora c’è la possibilità di promuovere un cambiamento sociale senza ricorrere a metodi eversivi e/o violenti.
Non si tratta più, per i movimenti italiani, di riflettere solo su quali siano le forme migliori di manifestare. Si tratta anche di decidere quali sono gli obiettivi concreti e le possibilità di azione nella realtà quotidiana. Ignorare ciò che di buono è stato già fatto sarebbe sbagliato e dannoso.
*qui una serie di interventi sensati sul 15 ottobre:
- la discussione nei commenti su Giap!
- Giovanna Cosenza uno, due e tre
- il post di Marina Petrillo
- l’intervento di Celeste Costantino sul sito di SEL
- l’articolo di Leonardo su l’Unità.
- l’intervento di Nicola Sessa su PeaceReporter
- il post di Filippo Solibello su Valigia Blu
Sempre bamboccione resterai

Il riquadro qui sopra è preso dalla pagina di economia del sito di Repubblica.
Titoli e didascalie spiegano bene la situazione: il costo delle case, la diffusione del precariato e la difficoltà di accedere ai mutui fanno sì che i giovani che continuano a vivere in casa dei genitori (“per motivi economici” viene specificato ulteriormente) aumenta.
Ma allora perché il titolo definisce questi giovani “bamboccioni”? Spiegano in tutte le salse che c’è una motivazione economica, e non la pigrizia o altro, dietro questa scelta, eppure per definire il gruppo viene usato un termine dispregiativo.
Eppure i giornalisti dovrebbero saperlo che le parole sono pietre.
Nonciclopedia vs Wikipedia. Più o meno.
Sono passati due giorni, ma visto che i tempi di internet sono rapidi e quelli della memoria quasi altrettanto, è già più facile parlare delle vicende con maggiore serenità. Mi riferisco al caso Nonciclopedia vs Vasco Rossi, e se permettete lo voglio collegare a quanto è successo l’indomani (cioè ieri) con Wikipedia vs il governo italiano. Vi avviso: il post è lungo, se non vi interessano queste vicende è noioso, e visto che quasi tutti gli attori coinvolti hanno dato pessima prova di sé se non leggete sino alla fine si rischia di avere solo una impressione parziale di quello che voglio dire. Premesso ciò, partiamo. Continua a leggere…
The dark side
http://tv.repubblica.it/static/swf/z_adv_player.swf
Perché quelle persone sono lì?
Perché fischiano e urlano “vergogna!” alla notizia di una assoluzione? Hanno fatto loro le perizie? Hanno verificato loro se le prove portate da accusa e difesa sono concrete o meno? No.
Non sanno nulla più di quello che è stato mostrato loro, e per anni è stata mostrata solo una colpevolezza. Le notizie che man mano demolivano le prove dell’accusa hanno avuto un centesimo, un millesimo dello spazio sui media.
Ma non si può dare nemmeno tutta la colpa a giornali e tv. Non sono stati i giornalisti a dire alla gente di interessarsi per forza a questo caso, come ai tanti casi precedenti e a quelli che arriveranno (e certamente arriveranno); non sono stati i giornalisti a dire che la cronaca nera, ovvero la cronaca che riguarda il dolore vero di persone vere, non chiede mobilitazioni da stadio ma una distanza rispettosa di chi non è coinvolto; non sono stati i giornalisti a dire a quelle persone che dovevano credere alla colpevolezza degli imputati al di là di ogni ragionevole dubbio.
Cosa vogliono queste persone? Quale mostro è cresciuto dentro di loro per spingerle a comportarsi così?
Rimpianti
Oggi è uno di quei giorni che vorrei che nell’url del mio blog non ci fosse la parola lit…