Per Hitchens
Una delle cose belle dell’essere atei è che riesco ad ammirare e stimare infinitamente Christopher Hitchens nonostante avessimo posizioni diametralmente opposte su temi fondamentali (almeno, fondamentali nel mio percorso di crescita personale) come le guerre post-11 settembre e il rapporto con gli immigrati con culture differenti. Hitchens non era un neocon, e i suoi argomenti a favore della guerra in Iraq, per quanto sbagliati, derivavano comunque da posizioni di principio libertarie che erano e sono più che condivisibili.
Al di là di questo, per me Hitchens è sempre stato, prima di tutto, il campione dell’ateismo – anche se lui preferiva definirsi antiteista. Non voglio dilungarmi qui e ora sulla questione, ma se c’è una cosa di cui sono grato a Hitchens è che ha saputo dimostrare, con la sua stessa esperienza, che si può essere insieme atei, impegnati per il mondo, e felici.

Molto più semplicemente, le persone dovrebbero smettere di decidere come si debba vivere ed essere felici. Da ambo le parti
Guimi
Hitchens non ti diceva come DOVEVI vivere. Lui viveva e te lo raccontava
sto leggendo La posizione della missionaria, una lettura illuminante. non basta dire che “si fa del bene” bisogna vedere in cosa consiste questo (presunto) bene, come lo si fa e con quali fini, Hitchens lo fa in questo libro a proposito di Madre Teresa di Calcutta e il ritratto della “santa” che ne viene fuori: un misto di fanatismo religioso, cinico pragmatismo e opportunismo ipocrita (perchè mentre considerava la sofferenza altrui un dono divino, per i suoi malanni la signora andava in ospedali veri e non certo nei suoi miserabili lazzaretti dove i moribondi non ricevevano alcuna terapia antidolore e spesso finiva anche chi si sarebbe salvato se ricoverato in strutture adeguate)