Parabola
Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.
Mentre intorno a me gli oggetti e i volti hanno una forma indistinta, e sento voci come se fossero filtrate attraverso un acquario, tutti i momenti salienti della mia vita mi passano davanti. È una sensazione strana, come quella che ho provato certe volte nel dormiveglia, in quella fase di transizione inconsapevole dalla realtà al sogno, e ecco che ciò che mi circonda inizia a muoversi, cambiano i colori e i suoni, e all’improvviso mi ritrovo in piazza, circondato dai miei compagni dell’Azione cattolica. Ho di nuovo i capelli, sono giovane, sto volantinando per il referendum sul divorzio. Continua a leggere…
Riceviamo e pubblichiamo
Dal Corriere della Sera del 5 giugno 2021
Caro direttore,
tra una settimana saremo chiamati alle urne per il referendum abrogativo della legge 1/2020. Con questa lettera voglio esprimere le ragioni per votare No o non votare. Se prendo una posizione così netta, in contrasto con la posizione di autonomia dalla contesa politica che il mio ruolo di Presidente dell’Unione Imprenditori mi impone, è perché in questi mesi l’informazione sul referendum è stata monopolizzata da una macchina propagandistica gestita da intellettuali radicali e partiti estremisti, espressione di una ideologia sconfitta che non ha mai saputo adattarsi ai cambiamenti del mondo, e tante falsità sono state dette sui contenuti e gli effetti della legge. Dei chiarimenti sono quindi dovuti ai lettori e agli elettori.
Come è ovvio, la menzogna più clamorosa, ben oltre i limiti della calunnia, è che la legge 1/2020 reintrodurrebbe la schiavitù. Sono sinceramente stupito che il dibattito politico possa cadere così in basso, eppure questa accusa la leggiamo ovunque, sui blog come sui muri. Questi sedicenti tribuni del popolo sembrano dimenticare che tale legge è stata approvata da un parlamento a maggioranza liberale, e come si può anche solo pensare che dei liberali appoggino la schiavitù, se il primo fondamento di questo nobile pensiero è che mai, e voglio sottolineare mai, un individuo può essere privato della proprietà del suo corpo, che è la condizione irrinunciabile di ogni altro diritto e libertà?
E infatti la legge 1/2020 in nessuna sua parte cancella o limita la proprietà del corpo da parte dell’individuo: ciò che essa intende regolare è l’amministrazione del corpo.
Sono passati secoli dai tempi bui in cui tanti intellettuali europei sostenevano una visione organica della società, per cui il corpo sociale era organizzato come un organismo umano, di cui gli individui erano le cellule, i loro gruppi gli organi e le istituzioni le funzioni fisiche. Quella visione nutrì i nazionalismi per decenni, portando alla tragedia della prima guerra mondiale. Ma il pensiero liberale, per sua natura vettore di pace e concordia tra le nazioni, ha superato da tempo quell’ideologia distorta, arrivando negli ultimi anni, per opera dell’insigne Professore dell’Università di Chicago Friedton Milman, a compiere una rivoluzione copernicana della concezione umana, delineando una ben più convincente visione aziendale dell’organismo: non è la società a funzionare come un corpo umano, ma il corpo umano a funzionare come un’azienda! E sappiamo bene che, affinché l’azienda abbia successo, deve essere diretta da manager competenti, che non coincidono necessariamente – di fatto, quasi mai – con i padroni effettivi dell’impresa.
A questo punto sarà chiara a tutti la logica della legge 1/2020: affidare a privati l’amministrazione del proprio corpo non toglie all’individuo la proprietà dello stesso, e quindi la libertà. Al massimo potrà essere più libero, perché liberato dalla necessità di compiere scelte (che autori come Bertrand De Jouvenel ci insegnano essere penose e difficili) che saranno delegate a appositi amministratori, che garantiranno, con la loro competenza, decisioni razionali e adeguate. Altro che schiavitù!
Conosco le obiezioni di chi contesta le modalità di selezione degli amministratori, o di chi teme le conseguenze di una cattiva amministrazione: cari sogni, a chi si sarebbe dovuto rivolgere il governo, se non a noi imprenditori? Qualsiasi università può sfornare laureati in management, ma solo noi che lavoriamo sul campo possiamo offrire personale davvero competente. E se, ciò nonostante, a un individuo dovesse capitare per ventura un cattivo amministratore delegato, vale la pena di ricordare che ogni cinque anni la delega può essere ritirata, dietro presentazione di un resoconto che dimostri la cattiva gestione dell’organismo del proprietario. La mia impressione è che tale critiche siano mosse, più che da motivazioni tecniche, dall’ostilità – tipica delle ideologie pauperiste che animano i comitati referendari – verso l’idea che le imprese guadagnino profitto dall’amministrazione degli individui. Di grazia, quale garanzia migliore dell’impegno degli amministratori a gestire bene gli individui, se non la possibilità di un profitto?
(Per inciso, se vincesse il Sì al referendum bisognerebbe cancellare tutti i preparativi già in corso per le aste sulle popolazioni delle regioni-pilota, con forti danni economici per le imprese che hanno già stanziato molti fondi per garantirsi la gestione degli abitanti di Sicilia e Calabria. A quanto pare, i comitati referendari sono insensibili all’ancora irrisolta questione meridionale.)
Chiudo qui: credo di aver spiegato con sufficiente chiarezza la ratio e il funzionamento della legge 1/2020, e il suo valore. Sta ora agli italiani decidere cosa preferiscono, se una gestione penosa e inefficiente del proprio corpo, che condanna l’intero paese al declino, o una gestione esterna, competente e che li libera dal peso delle responsabilità, ponendo allo stesso tempo le basi per la crescita economica e il benessere di tutti.
Questa è la scelta da fare: facciamo in modo che sia l’ultima.
Autori per il Giappone
Forse avete già sentito parlare dell’iniziativa Autori per il Giappone: scrittori e illustratori, famosi e non, pubblicati e amatori, condividono proprie opere su questo sito, chiedendo in cambio una donazione a favore di Save the children per aiutare le vittime dello tsunami in Giappone.
Anche io ho spedito un racconto per questa iniziativa, Akito, che trovate qui. Leggetelo, se volete commentatelo, ma l’importante è che doniate qualcosa*: dimostriamo che la cultura partecipata può dare un contributo anche in termini di solidarietà.
*questa iniziativa in particolare sostiene Save the children, ma se preferite aiutare altre organizzazioni attive in Giappone come Caritas, o Medici senza frontiere o la Croce Rossa nessuno si offenderà…
Salvatore e Serizawa (parte II)
Numero quindici.
Come al solito, dei quattro sportelli della segreteria di Scienze politiche solo uno era attivo. Di conseguenza, per non dover aspettare per ore gli studenti si accalcavano già mezzora prima dell’apertura, e anche di più, per prendere il numerino, così che alla fine anche chi si presentava in anticipo trovava un bel po’ di fila e doveva aspettare per ore lo stesso.
Anche Salvatore era in attesa, e solo per consegnare la domanda di ammissione alla laurea, gesto che non avrebbe richiesto più di un minuto, non fosse stato per l’attesa che doveva sorbirsi, e non c’erano nemmeno le sedie.
Numero sedici.
Allegria. A quel ritmo… Continua a leggere…
Salvatore e Serizawa (parte I)

Nel 2007 avevo provato a scrivere un romanzo, il cui protagonista, Salvatore, era uno studente e aspirante scrittore, capace di parlare con i personaggi che andavano da lui a proporgli le proprie storie da raccontare. Non esattamente un tema originale, quindi, e infatti dopo una cinquantina di pagine mi sono trovato in un vicolo cieco, e ho lasciato perdere.
Di fronte allo tsunami che ha colpito il Giappone, e al disastro in corso alla centrale nucleare di Fukushima, ho deciso di pubblicare qui sul blog alcuni pezzi di quel romanzo. Cosa c’entra? Beh, uno dei personaggi che si era presentato a Salvatore, in realtà, c’entra molto. Qui la prima parte, sperando che vi piaccia e che continuerete nella lettura.
La donna al volante strillò, terrorizzata, e subito mise la retromarcia, tamponando altre auto nel panico del momento. Per le strade di San Diego era un fuggi fuggi generale, gli abitanti cercavano la salvezza dal tirannosauro che si aggirava alla ricerca del proprio cucciolo.
Di fronte allo schermo, Claudio si contorceva dalle risate e Salvatore, anche se in minor misura, partecipava all’ilarità dell’amico.
“Cazzo, andavamo alle medie quando è uscito ‘sto film, ma ‘sta scena mi fa morire ancora adesso” disse Claudio.
“Pure a me. Anche se…”
“Cosa?”
“Niente, niente, lascia perdere”
“E dai, dillo”
“Beh, fa ridere ma hanno rovinato il romanzo originale”
“E sempre che pensi a libri, libri, libri! Che palle!” Continua a leggere…
La decisione
Fu in una mattina d’aprile dell’anno scorso che, mentre mi facevo la barba, presi la Decisione. Ci avevo riflettuto per tutta la notte, e alla fine feci quella scelta che avrebbe potuto cambiare la mia vita, e non solo la mia.
Infatti non era una decisione qualsiasi, ma la Decisione: prendendola, e mettendola in pratica, avrei rivoluzionato radicalmente il mio modo non dico di vivere in società, ma di esistere, di essere, di concepirmi. E così facendo avrei costretto a un deciso ripensamento e mutamento anche la mia famiglia, i miei amici, quelli che lavoravano con me come dipendenti, come colleghi, e magari anche come superiori. Sì, anche i miei superiori non avrebbero potuto fare niente per impedirmi di cambiare, e di travolgerli nel cambiamento, perché la mia Decisione era più forte di qualsiasi autorità, di qualsiasi legge, di qualsiasi potere. E prendendola, anch’io mi sentii incredibilmente forte, in grado di spezzare le catene che mi legavano alla mia grigia vita quotidiana e di andarmene per una nuova strada senza il minimo segno di rimpianto o esitazione.
Per brevi ma intensi attimi gustai quella esaltante sensazione di potenza, e mai come in quegli istanti mi sentii sicuro della decisione che avevo preso.
Poi cambiai idea.
Educazione alla mondialità
Gli studenti erano tutti seduti ai loro posti, con vari gradi di interesse. Il cooperante si schiarì la voce.
“Buongiorno, ragazzi. Mi chiamo Alberto e sono un rappresentante di GlocAid, una organizzazione non governativa che si occupa di realizzare e mettere in atto progetti di cooperazione e sviluppo nell’Africa subsahariana…”
Un ragazzo alzò la mano. “Che significa subsahariana?” chiese. Continua a leggere…
Natale all’Inferno
Con le voci di sfiducia che girano, questo racconto o lo scrivevo adesso o non lo scrivevo più… Enjoy!
Ministero dei Beni Culturali, ufficio del Ministro.
“Eccellenza, c’è un intellettuale che le chiede udienza.”
“E chi è?”
“Dice di chiamarsi Dante Alighieri.”
“Ah, sì, sì! Mi è stato segnalato da un caro amico, lo faccia entrare pure.”
Dante entra nell’ufficio, un po’ esitante mentre Bondi gli fa segno di sedersi di fronte a lui. Continua a leggere…
Italia 2010 in un racconto di dieci parole
“Ma qui sono tutti matti” disse il Cappellaio alla Lepre.
Parla di ciò che conosci

«Da quanto tempo non lavoravamo insieme, eh?»
«Già. Avrei preferito una missione meno impegnativa per ricominciare, però.»
«Dài, non essere negativo, a me invece piace l’idea di dover uscire fuori con qualcosa di ambizioso.»
«D’accordo, ma ci chiedono di realizzare la versione italiana di Lost e poi ci offrono un budget da film di Pierino… l’italianità è l’arte di arrangiarsi, dicono loro. Tanto siamo noi che dobbiamo romperci la testa!»
«Hai ragione, ma la situazione è questa… già se hanno scelto noi vuol dire che si fidano, no? E poi finalmente possiamo provare a fare una sceneggiatura complessa e articolata, mi ero rotto di lavorare solo su sit-com!»
«È questo il punto: passare da serie easy come i Cesaroni o Sei forte maestro a un telefilm con una narrazione complessa è un casino, non solo per noi ma per tutti quelli che dovranno lavorare con noi.»
«Sì, ma non guardare solo i problemi. Non partiamo da zero, abbiamo il via libera per ispirarci abbondantemente alle serie anglosassoni, no? Questo ci semplifica la vita.»
«Più o meno… però sta di fatto che siamo in ballo e dobbiamo ballare, quindi partiamo subito con delle ipotesi di trama.»
«Ok, questo è lo spirito! Vediamo un po’, immaginiamo una situazione iniziale generica ma in cui possiamo radunare un po’ di persone che poi diventeranno i protagonisti… che so, un viaggio in aereo.»
«Sì, buona idea, ma ci vuole un evento che costringa i passeggeri a restare uniti anche dopo il viaggio, ad esempio un incidente.»
«Giusto, e dopo questo incidente diciamo che i sopravvissuti finiscono su una specie di isola deserta e…»
«Piano, piano, abbiamo detto che dobbiamo ispirarci a Lost, non ricopiarlo! Siam mica cinesi!»
«Guarda che ormai a livello artistico copiamo più noi dei cinesi.»
«Sarà, ma ci vuole un limite, non possiamo fare un naufragio su un’isola.»
«Allora cambiamo situazione. Che ne dici di un dirottamento?»
«No, se mettiamo di mezzo il terrorismo la buttiamo in politica e ci cassano il progetto senza darci il tempo di dire né ai né bai.»
«Azz, vero… allora l’incidente aereo è l’unica possibilità.»
«No, aspetta, forse mi è venuta un’idea…»
«Spara!»
«E se l’aereo atterrasse senza problemi, ma i passeggeri si ritrovassero in un luogo diverso da quello che si aspettavano.»
«Mmm. Questo può essere uno sviluppo interessante. Un edificio che apparentemente sembra un aereoporto, magari, ma diverso.»
«Ottima idea: nastri dei bagagli dove i bagagli non arrivano, oppure arrivano ma sono del tutto diversi da come erano partiti…»
«Controllori e lavoratori che sembrano provenire da un altro mondo, e rispondono alle richieste dei passeggeri con un linguaggio enigmatico…»
«Dài, dài, che stiamo ingranando! E diciamo che tutto questo avviene nella puntata pilota, che finisce con i passeggeri esasperati che cercano di uscire dall’aeroporto per andare a protestare con le autorità competenti…»
«… ma appena mettono piede fuori si rendono conto che è impossibile andarsene, che l’aeroporto è isolato dalla realtà!»
«Grande! Mischiamo Kafka e thriller, narrativa anglosassone e atmosfere europee! Azione e dramma delle vite dei personaggi in un aeroporto che diventa il simbolo di una società al collasso!»
«E senza nemmeno bisogno di costosi effetti speciali! Siamo i migliori!»
Squilla il telefono
«Pronto? Ah salve (ps ps è il produttore). Come? Sì, sì, chiama al momento giusto, abbiamo appena avuto un’idea molto interessante, un dramma ambientato in un aeroporto da incubo. No, non ancora, ma abbiamo appena iniziato… Dice? Ok, mi dà un istante che mi consulto con il mio collega, grazie. Ehi, il produttore vuole un titolo provvisorio per il fascicolo, che nome gli diamo?»
«Fiumicino ti suona bene? »
«Fiumicino.»
