Lit Skeight 3.0

Cronache dalla periferia acida

Ma che…?

Sinceramente, l’articolo di Pietro Citati sul Corriere della sera mi sembra così incomprensibile che, se non avesse avuto un certo risalto in rete, lo avrei bellamente ignorato. A parte che mescola capre e cavoli (cosa c’entra il decennale declino qualitativo denunciato dall’autore con la legge sul prezzo dei libri del 2010?), ma ci vorrebbero argomentazioni molto solide per giustificare la seguente dichiarazione (p.s. da oggi potrò dire “Ho citato Citati”):

Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho.

E invece queste argomentazioni mancano. E allora io mi chiedo: anche accettando che nessuna lettura sia meglio di una cattiva lettura, il che sarebbe già discutibile, che senso ha che un noto intellettuale usi il poco spazio riservato alla cultura sui giornali per proporre, in alternativa a tre pessimi scrittori, l’astensione dalla lettura? Non sarebbe meglio, piuttosto, suggerire autori migliori? Non mi pare che tutti i titoli oggi reperibili nelle biblioteche e librerie italiane soffrano dei difetti indicati da Citati nel pezzo di cui sopra.

Il punto è che tutto l’articolo si basa su un ragionamento pressapoco bizzarro: i lettori ereditano le qualità degli scrittori; siccome i libri pubblicati negli anni 60-70 erano di elevatissima qualità, anche i lettori erano migliori, e siccome oggi si pubblicano invece libri pessimi, vuol dire che nel frattempo anche i lettori sono peggiorati. Dopo aver smesso di ridere – o di osservare perplessi lo schermo – ci si potrebbe chiedere come mai i lettori siano peggiorati, se quarant’anni fa si pubblicavano libri così belli: non si sarebbe dovuto instaurare un circolo virtuoso? Ma soprattutto, la tesi dell’ereditarietà delle qualità degli scrittori da dove salta fuori? Esiste un gene dello scrittore che si trasmette attraverso l’inchiostro?

Mah. Con tutto il rispetto per Citati, mi sembra un articolo senza capo né coda. La considerazione finale sulla liberalizzazione dei prezzi mi sembra più che altro un’aggiunta posticcia per meglio disporre i Monti-liberisti del Corsera; o meglio, è la spiegazione a cui voglio credere, perché altrimenti diventa la ciliegina finale su questo accrocchio di assurdità.

10 marzo 2012 Pubblicato da | Intellettualoide, Le parole degli altri, Narrattività | , , , , , | Lascia un commento

Si è perso qualcosa…

Non pensavo che un giorno l’avrei detto, ma effettivamente è così: Piergiorgio Odifreddi non fa un buon servizio alla causa dell’ateismo.

Leggo oggi, per esempio, questo articolo del 19 gennaio 2011 in cui, partendo dall’ultimo film di Clint Eastwood, affronta il discorso dell’aldilà mettendo sullo stesso piano i ciarlatani che sostengono di parlare con i morti e gli autori di narrativa fantastica che inseriscono l’oltretomba nelle loro opere.

Ora, se Odifreddi pensa che chi scrive un romanzo creda reale tutti gli elementi che sono presenti in esso (se così fosse, nessuno si considererebbe autore “fantasy”, no?) allora è, come minimo, molto ingenuo.

Ma dirò di più. L’ateismo, preso come idea che il mondo non è stato creato da entità superiori a cui dobbiamo rispetto e/o venerazione, offre molto più della religione la libertà di creare, almeno con la mente, mondi nuovi, in cui si possono cambiare non solo i nomi o l’aspetto delle persone e dei luoghi, ma anche le stesse leggi della natura. E questo esercizio creativo non è una fuga dalla realtà, ma un modo per coltivare una mente aperta – mica l’unico, per carità; ma lo è, e merita rispetto in quanto tale.

28 gennaio 2011 Pubblicato da | Narrattività | , | 4 commenti

mistici e non

Il 30 agosto Alessandra Daniele ha scritto un interessante articolo su Carmilla a proposito della degenerazione mistico-religiosa di buona parte della fantascienza mainstream, che tende non solo a mettere in risalto la sfera del religioso (che non è certo un problema) ma ad utilizzarla nella modalità deus ex machina per risolvere le contraddizioni delle trame. Questo, per la Daniele, “è la negazione stessa della sf, che esiste innanzitutto per mettere in discussione l’esistente”.

Io aggiungerei che è un processo in atto non solo nella fantascienza, ma anche in generale in tutta la letteratura di genere. Però è interessante notare che, se cerchiamo opere del fantastico o di fantascienza in cui la dimensione religiosa è meno considerata, e dove anzi spesso e volentieri l’approccio sfiora l’ateismo, le troviamo in un ambito ben preciso: quello dei manga.

2 settembre 2010 Pubblicato da | Narrattività | , , , , | 1 commento

Ambizioni

Mi frulla in testa l’idea per una saga fantascientifica. Se va come dico io, ne uscirà una storia così bella che Battlestar Galactica al confronto sembrerà A spasso nel tempo.

15 agosto 2010 Pubblicato da | Narrattività | , , | 1 commento

Oggi shonen – Fullmetal alchemist

La fine di  Lost vi ha lasciato malinconici? Io lo sono ancora di più dopo aver ricevuto, come regalo di compleanno, la fine di Fullmetal alchemist di Hiromu Arakawa.

Se non conoscete questo manga, leggetevi la trama su Wikipedia per farvi una prima idea. Se poi volete il mio parere, tra i manga mainstream di successo (la compagnia di cui fanno parte One Piece, Naruto, Bleach, e  prima del declino anche Inuyasha) è in assoluto il migliore. E vi dico anche perché:

-          La storia fila come un treno, senza perdersi in sottotrame, saghe e riempitivi come capita a tanti altri manga. Forse è stata una scelta obbligata, essendo l’opera pubblicata su una rivista mensile e non settimanale, ma il risultato è comunque positivo e, per il lettore di manga ormai stanco delle ripetizioni infinite dei corsi e ricorsi di Bleach o Inuyasha, appagante.

-          La trama è eccellente, magari non originalissima, ma comunque una spanna sopra alla media degli shonen. Anche la narrazione è perfettamente equilibrata: personaggi che sembrano le classiche comparse delle sottostorie fatte apposta per rallentare il ritmo ricompaiono dopo parecchi capitoli, ma la loro presenza è coerente e armonizzata nella storia: nulla succede per caso (una capacità simile mi sembra  la abbia solo Oda, l’autore di One Piece). In più, i presupposti fantastici della storia (i principi dell’alchimia, gli automail, la natura degli homunculus) sono rispettati con coerenza per tutta la storia, senza le forzature tipiche di molte altre opere, non solo fumettistiche. Infine, l’intreccio è magistrale: gli eventi del presente, raccontati in maniera lineare, sono intervallati dai tre grandi flashback (la storia dei protagonisti, Alphonse ed Edward; la storia della guerra di Ishbar; la storia di van Hohenheim e dell’homunculus) che poco alla volta chiariscono tutti i sottintesi e le ombre della storia, soddisfacendo il lettore senza inficiare l’andatura del racconto.

-          L’ambientazione è molto interessante: un universo steampunk ispirato all’Europa tra le due guerre mondiali, con l’aggiunta dell’alchimia come pratica scientificamente riconosciuta e sfruttata dal governo militare. L’accuratezza nella descrizione dei conflitti di potere e degli intrighi all’interno dell’esercito è di un realismo prezioso: sarò poco informato io, ma non ricordo un altro manga in cui c’è la cronaca in diretta di un colpo di stato militare. E, se ne esistono altri, dubito che siano vividi come quello disegnato dalla Arakawa.

-          Come in molti shonen, il sottotesto della narrazione è una riflessione ideologica su determinati principi. L’esempio più eclatante negli ultimi anni è stato Death Note, con i suoi interrogativi sulla vera giustizia; ma gli autori di Death Note hanno sacrificato la riflessione alla trama, e in particolare ai personaggi titanici di Light e L, tanto che a ben vedere c’è poco di interessante da questo punto di vista. Invece in Fullmetal alchemist i temi trattati sono due: il ruolo e le responsabilità della scienza (e il suo rapporto con il potere; un tema che, dai tempi dell’atomica, deve essere ancora molto sentito tra gli artisti giapponesi) e la necessità della violenza. Per quanto riguarda quest’ultimo, mi sembra che ci sia un collegamento con Trigun: proprio come Vash, Edward Elric si rifiuta sempre di uccidere, anche i nemici che lo vogliono morto. Solo che, mentre in Trigun questo rifiuto è il fulcro di tutta la storia, in Fullmetal alchemist è un principio che accompagna i personaggi, e solo in alcuni frangenti viene dibattuto apertamente; più in generale, tutti o quasi i personaggi si dibattono in forti questioni morali, e la Arakawa ci mostra i loro sforzi per coniugare i principi e gli obiettivi da raggiungere. Anche in questo, i risultati sono ottimi.

Sul disegno non mi pronuncio, ma chiunque può vedere le tavole e farsi un’idea. Per quanto può valere il mio giudizio, direi che lo stile si adatta perfettamente alla storia.

Insomma, se fossi su aNobii gli darei cinque stelle. È un’opera che consiglio a tutti gli amanti di manga e di steampunk.

11 giugno 2010 Pubblicato da | Fandom e dintorni, Narrattività | , , , , , , , , , | 4 commenti

Avelion – La figlia dell’acqua

Non ho una grande esperienza nel recensire il fantasy italiano, e il rischio è quello di finire per imitare la compianta Gamberetta che, nonostante avesse una teoria e un metodo solidi e coerenti, era viziata da un dogmatismo che inficiava di parecchio la validità delle sue analisi, soprattutto nelle opere che si discostavano dai canoni tradizionali del genere.

Consapevole del pericolo, mi accingo a recensire la mia ultima lettura, Avelion – La figlia dell’acqua di Alessia Mainardi. Libro che non potrete comprare in libreria, ma solo presso il sito www.avelion.it . Trattasi infatti di una autoproduzione della giovane autrice, ed è anche la curosità verso i tentativi di uscire dagli schemi classici della distribuzione ad avermi convinto a spendere i 12 euro necessari (spedizione compresa).

Iniziamo, dunque: si tratta del primo libro di una trilogia, come da migliore tradizione; e tradizionale è anche l’ambientazione, medievaleggiante e caratterizzata dalle classiche razze: elfi, nani, umani, maghi e streghe, fate, gnomi. Potevano mancare degli oggetti magici, i MacGuffin della situazione? Certo che no, e qui sono le cinque Armi Leggendarie, necessarie per riportare l’equilibrio nel mondo di Avelion, venuto meno in seguito agli inganni di una delle Dame – prescelte per vegliare sul mondo – che era stata invece corrotta dalla sua personale versione del lato oscuro. Proprio intorno al controllo di queste armi si sviluppa lo scontro tra il malvagio Arcimago Estor, che vuole imporre un nuovo ordine, e i maghi buoni Shior e Dolek, o meglio, le loro protette Riel e Moran, affiancate dall’elfa Anlia: portatrici di tre Armi Leggendarie. Altri personaggi si schiereranno con l’una e l’altra fazione, mentre il vertice del regno di Bamur, la Dama ingannatrice, Drevanna, si dimostra molto più combattuta di quanto tutti pensassero.

Il tono del riassunto può non sembrare molto benevolo, e devo ammettere che le prime pagine mi avevano lasciato un po’ freddino, soprattutto con quegli accenni alla pace eccessiva:

Questo nostro mondo che sembra in pace, è invece sprofondato in un’epoca incerta e buia […] la Guerra per l’Equilibrio potrà avere luogo e quello che doveva essere… Sarà. L’Ordine tornerà in Avelion.

e

La Luna di Sangue che segnava la nascita di colui che avrebbe portato la guerra dove da troppo tempo dimorava la pace.

che, insomma, hanno un brutto sapore da “guerra igiene del mondo”.

Tuttavia, andando avanti nella lettura, la diffidenza iniziale è venuta meno: è infatti chiaro il tentativo dell’autrice di evitare le contrapposizione nette, offrendo invece una descrizione della situazione in cui esistono sì il bene e il male, ma più sfumati di quanto si possa credere: gli antagonisti hanno brevi descrizioni del loro passato che spiegano – senza giustificare – il loro desiderio di dominio, e le forze del bene spesso appaiono divise e disinteressate ai destini altrui.

Intendiamoci, queste sfumature sono un elemento positivo ma non certo originale; ed è proprio l’originalità  il difetto principale di questo libro. Il problema non è che si ci siano elfi, nani o draghi: è che, arrivati all’ultima pagina, la percezione di elfi, nani e draghi è uguale a quella che si aveva prima della lettura: le creature fantastiche non sono esplorate o innovate, ma prese così come sono e utilizzate nella storia; che, almeno in questo primo libro, è carina ma nemmeno essa niente di nuovo o di eccezionale. Poi magari nei due volumi successivi migliorerà di molto, ma il desiderio di sapere come andrà a finire, per ora, è piuttosto labile: non ci sono indizi di svolte eccezionali in quella che sinora è una riproposizione del classico viaggio della compagnia, impreziosito solo dalla narrazione in parallelo delle storie degli altri portatori delle Armi: il pupillo di Estor, Dreman, e la ballerina fuggitiva Erima.

Si può pensare che l’autrice abbia sopperito alla convenzionalità della storia e dell’ambientazione con una grande cura nello stile e nella rappresentazione dei personaggi. In effetti, l’elemento per me più interessante del libro è la prospettiva di genere: tutti i personaggi più attivi, infatti, a parte Dreman, sono donne, e caratterizzate molto meglio rispetto alle protagoniste di certi tentativi precedenti (Nihal di Licia Troisi, ovviamente…). In particolare il trio delle protagoniste non cade mai nell’effetto Winx: niente glamour da quattro soldi o mise improbabili per queste ragazze, che vanno alla loro missione come Pratchett comanda. L’autrice si è dimostrata abile qui, e più in generale nelle caratterizzazioni: evita lo stereotipo dei sapienti infallibili (Estor, nonostante i suoi grandi poteri, commette errori proprio come fanno i suoi simili nella realtà), concede a tutti un qualche passaggio per spiegare la sua storia, affronta seriamente l’aspetto delle relazioni tra i personaggi alleati. Purtroppo,          questi meritevoli approfondimenti danneggiano a volte il ritmo della narrazione, che tende a ingolfarsi quando un personaggio, da un momento all’altro, inizia a rivangare il suo passato; ed è un peccato, perché i numerosi cambi di inquadratura da un personaggio all’altro, anche all’interno dello stesso capitolo, rendono la storia dinamica e piacevole da leggere.

Lo stile quindi è in generale buono, tranne a volte per l’abuso di puntini di sospensione (Eco docet) e per qualche forzatura nel linguaggio diretto. Bisogna vedere se nei libri successivi c’è stata una evoluzione o meno.

Per concludere, è un libro che consiglierei? Dipende. Il difetto di originalità, che per me è il principale, deriva dal mio modo di vedere il fantasy, ma so bene che moltissimi cultori del genere hanno un’opinione del tutto diversa. Se piacciono le opere che rientrano nei canoni più classici, allora questo libro è certamente consigliato, altrimenti forse è meglio pensarci due volte. Un parere completo lo potrò dare solo dopo aver finito di leggere la trilogia, visto che tutti gli elementi di debolezza che ho riscontrato potrebbero benissimo essere corretti, o addirittura negati, nei volumi successivi. Quindi, se dovessi dare un voto, direi un 6 sulla fiducia.

27 maggio 2010 Pubblicato da | Narrattività | , , , , | 1 commento

Sailor Med

"Hanno poteri che noi non abbiamo, ma non sono fate." Meglio dirlo, se no le avrebbero scambiate tutte per le Winx

Si è parlato molto di Med-Fantasy, ossia di una branca della narrativa fantastica che, al posto dei tradizionali elfi, orchi e nani, utilizza soggetti provenienti dalla mitologia greco-romana. Un argomento di cui avevo parlato anche io sul blog scomparso, in cui sostenevo che è una tendenza che andrebbe favorita non tanto per “svecchiare” il genere (che ha bisogno di nuovi intrecci e nuove idee più che di nuove creature) ma per recuperare figure che sono un patrimonio culturale importante e rischiano di restare relegate ad ambiti poco di cultura cosiddetta “alta”.

Queste ragazze sono dee! Sì, ed Edward Cullen è un vampiro.

Invece, e purtroppo, sembra che si stia imponendo la prima idea, e cioè quella di usare dei personaggi nuovi per riproporre le solite storie trite e ritrite. Si è iniziato con Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo, che con quel nome e quella locandina sembra il cugino sfigato di Harry Potter; poi è arrivato lo Scontro tra titani, visto che Troy non era bastato a far ridere i grecisti. Mancava il passaggio dalle sale cinematografiche alle librerie? Ci ha pensato Mondadori con Ragazze dell’Olimpo:

Sid, Luce e Hoon frequentano il primo anno delle superiori. Sid è una campionessa di scherma, Luce sa come conquistare un ragazzo, e Hoon è semplicemente un genio.
Hanno poco in comune, se non una coincidenza curiosa: la stessa data di nascita.
Ma una nemica improvvisa e spietata, strani poteri che si ridestano, lacrime prodigiose che si trasformano in cristalli e un messaggero da un mondo lontano non possono essere solo coincidenze.
Sid, Luce e Hoon capiscono di essere legate tra loro da un destino inesorabile che le sta chiamando a combattere. Per salvare il mondo dove hanno sempre vissuto. E quello da cui provengono.

In pratica Sailor Moon e compagne durante la gita scolastica in Grecia. Ma pare che in realtà le tre ragazze siano dee, mica pizza e fichi!

Commento? Aridatece i quattro salti in padella, và…

EDIT: Bellatrix mi segnala che Percy Jackson era una serie di romanzi prima di diventare un film. Faccio ammenda dell’errore, ma dopo aver guardato le copertine dei libri, confermo la mia impressione sul simpatico soggetto.

24 maggio 2010 Pubblicato da | Narrattività | , , | 5 commenti

Realismo vs Fantasia

Anche lui non sopporta più questo dibattito

Quando leggo dei dibattiti sulla contrapposizione tra fantasia e realismo in letteratura, mi viene sempre in mente la pittura. E in questi giorni è un collegamento che ho fatto spesso leggendo i numerosi interventi (con annesso dibattito) in materia su Lipperatura.

Sì, perché non si può ignorare che molte opere d’arte del passato sono considerate anche oggi dei capolavori (o comunque pezzi importanti) non tanto per i soggetti raffigurati o per i messaggi sottintesi, ma per lo studio delle luci, dei movimenti, della resa psicologica dei gesti delle persone ritratte. E non si tratta solo di dettagli ammirati dai posteri: in molti casi erano proprio gli artisti a porsi come primo obiettivo l’approfondimento di tali aspetti piuttosto che il resto, tanto che studi e sperimentazioni li ritroviamo in opere dai soggetti più disparati, come scene mitologiche, scene religiose, raffigurazioni di eventi storici, nature morte, ritratti en plen air.

Non si tratta solo del desiderio dei pittori di affinare sempre di più la propria tecnica: studiare luci, movimenti e gesti vuol dire anche imparare a capire le leggi della natura, e imparare a riprodurle. In questo senso, l’arte è progenitrice diretta della scienza sperimentale che riproduce i fenomeni in laboratorio; e lo è a prescindere dal realismo delle scene dipinte.

Lo stesso vale per la narrativa: raccontare di uomini vuol dire, prima ancora di ideare belle storie, fare ipotesi e studi sui comportamenti. Il pittore disegna una scena con una fonte di luce e si chiede “come si riflette la luce sui vari personaggi ed oggetti?”; lo scrittore scrive una storia con un evento e si chiede “come reagiranno i vari personaggi a questo evento?”. Il processo creativo di base è questo. Ora, che l’evento di partenza avvenga in un contesto reale, del presente o del passato, oppure in un contesto fantastico, non cambia nulla, fintanto che i soggetti della storia sono uomini o creature che ragionano secondo criteri umani (e elfi, demoni, nani e compagnia bella sono esattamente così). Il lavoro che lo scrittore serio dovrà fare sarà lo stesso. Studiare i comportamenti individuali e sociali per descrivere reazioni verosimili agli eventi.

Poi ci sono gli scrittori non seri che si dedicano al fantasy perché lo ritengono “più facile”, o quelli che pensano che la peggiore idiozia ambientata nell’Ottocento abbia più dignità letteraria di Asimov o Gaiman; per non parlare degli alfieri del realismo che si ritengono sotto attacco, o degli amanti del fantasy che non tollerano chi si sposta di un millimetro dai canoni codificati. Ma è un problema di intelligenza personale, non di genere letterario.

Chi direbbe mai che le ninfe di Tiziano sono meno artistiche delle bagnanti di Renoir solo perché queste esistono e quelle no? Nessuno. E perché lo stesso non dovrebbe valere anche per la Battaglia dei Campi del Pelennor e la Battaglia di Waterloo (così come narrata ne La Certosa di Parma e ne I miserabili)? Ma il fatto che invece per molti non sia così, tanto che ne stiamo ancora a parlare, è indicativo, e abbastanza deprimente.

22 maggio 2010 Pubblicato da | Intellettualoide, Narrattività | , , , , | 3 commenti

Editoria e ambiente

Adesso ho un criterio ulteriore per decidere quali libri comprare e quali prendere in biblioteca: scopro infatti tramite Il Post questa bella iniziativa di Greenpeace, che classifica le case editrici italiane attraverso il tipo di carta usata. I risultati premiano le piccole case editrici, con l’eccezione di Bompiani, ma sono sorpreso dalla pessima prestazione di Stampa Alternativa; alternativa in altro, probabilmente, ma non nel rispetto dell’ambiente.

Clicca per ingrandire

16 maggio 2010 Pubblicato da | Dentro l'universo, Narrattività | , , , | 1 commento

Akame. The red eyes

Grazie a Laurie – che me lo ha regalato – ho letto Akame. The red eyes di Sanpei Shirato, un autore poco conosciuto in Italia, ma dai cui manga sono state tratte animate piuttosto popolari anche da noi in passato, come Sasuke, il piccolo ninja e L’invincibile ninja Kamui. Anche in Akame, che è un seinen in volume unico, ci sono i ninja, ma hanno un ruolo secondario nella trama. La storia racconta di Matsuzo, un contadino deciso a vendicare la sposa uccisa in una delle tante scorrerie del violento signorotto locale; ma la vendetta, una volta verificata l’impossibilità di ottenerla tramite la forza fisica, viene ottenuta tramite un piano sorprendente, che qui non rivelo, perché il mio invito a tutti è di leggere il manga (pubblicato in Italia dalla Hazard Edizioni) e gustarselo a pieno.

Shirato ha una biografia di impegno politico e sociale, e in Akame il peso di queste tematiche è evidente. Il fascino dell’opera non è solo nella trama in sé o nel disegno, che pure è efficacissimo nel mostrare la brutalità del Giappone medievale, ma anche nella eccellente descrizione dei rapporti di potere tra classi nella società giapponese. Il lettore inorridisce di fronte a teste mozzate e a donne incinte sventrate, ma tra un tocco di gore e l’altro Shirato rivela un punto di vista ancora più agghiacciante, e cioè che il sadismo del signorotto non è tanto espressione di follia o crudeltà individuale, ma è funzionale al mantenimento dell’ordine esistente: nei periodi di carestia le efferatezze dei samurai al servizio del potere servono a spingere i contadini al malcontento e alla cospirazione, per poter poi liquidare i riottosi tutti insieme, e mantenere i sopravvissuti in stato di subordinazione. Crudeltà ed interesse economico che si supportano a vicenda.

Non solo, ma Shirato esplicita anche il rapporto tra conoscenza e potere: il metodo di controllo esercitato dal signorotto sulla popolazione si basa sulla sua conoscenza della psicologia popolare (dei contadini, nel caso specifico), che egli sfrutta alla perfezione; e il piano ideato da Matsuzo per disarmare i samurai è fondato sulla conoscenza dei fenomeni naturali.

Ciò che rende veramente bello Akame, però, è che questi contenuti teorici non inficiano né appesantiscono la storia, che può essere goduta anche ignorando tutti i sottintesi politici. L’amalgama tra narrativa e messaggio è perfetta, alla faccia di chi dice che una buona storia non può avere messaggi, e quindi un plauso alla Hazard che fa conoscere in Italia un autore di così grande valore.

4 maggio 2010 Pubblicato da | Narrattività | , | Lascia un commento

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